Leggendo la storia attuale del nostro Paese, si possono condurre due diverse analisi. E non è un caso, dato che la dimensione della “dualità” caratterizza profondamente ogni aspetto della nostra vita sociale. Certo, un conto è la dualità che offre una complementarità, un altro è quella che presenta una divisione. In Italia, purtroppo, si registra la seconda.
Vi è in generale una tendenza a separare la realtà dichiarata da quella agita. Quanti di noi risultano poveri e sono invece ricchi? Giusto per richiamare uno degli aspetti oggi più fastidiosi, oggetto dell’attenzione pubblica. Il fatto è che esiste un sistema legislativo monumentale e caotico che ospita la contraddizione come un virus endemico. Avere separato il destino del diritto individuale da quello collettivo ha prodotto il risultato che è sotto gli occhi di tutti, un pandemonio di conflitti giudiziari che annienta la salute collettiva, pur ingrassando l’ingordigia dei singoli ben corroborati dalle astuzie dei tanti legulei che superficialmente indichiamo col nome di avvocati. La categoria, questa degli avvocati, da decenni più rappresentata in Parlamento e che registra una percentuale sempre costante, mai in flessione. Vorrà pur dire qualcosa.
(continua la lettura sul numero di maggio di "Nuove Dissonanze": www.nuovedissonanze.it)
Giampiero Finocchiaro
giovedì 24 maggio 2012
venerdì 18 maggio 2012
Ai compagni della lista Costa
Le elezioni, se uno vi prende parte, è meglio vincerle. Ma detto questo, è altrettanto vero che ad ogni vittoria corrisponde una sconfitta, o la sconfitta di molti. E se è lecito stare ad osservare cosa farà il vincitore, pure chi ha perso dovrà darsi da fare, sebbene in un’altra direzione che è quella della ripartenza, della ricostruzione, della previsione di un nuovo percorso. È quello che stiamo appunto facendo – e siamo tenuti a fare – noi rappresentanti della lista civica Costa che abbiamo puntato su un progetto che non ha trovato il favore della nostra gente. La domanda che più è circolata in questo immediato day after defeat, è: che cosa faremo adesso?
La risposta è più semplice di quel che si possa credere: le stesse cose che facevamo prima. Già, perché il vantaggio di chi la politica non la fa per mestiere, è che un mestiere vero ce l’ha e a quello può serenamente tornare (sebbene tecnicamente, avendo perso, nessuno se ne sia mai allontanato). Ma con una nuova consapevolezza che viene dall’esperienza condotta e che ha insegnato a tutti noi qualcosa.
Il progetto in cui abbiamo creduto non ha perso. Non ha trovato adeguato riscontro, ma non ha perso. Lo perderemmo noi se lo lasciassimo andare alla deriva con la speranza nutrita nelle settimane precedenti di governare questa città. In realtà il progetto è dentro di noi, il progetto siamo noi e perciò, per il fatto stesso che tutti noi che proveniamo dalla società civile, siamo ancora in movimento nelle nostre realtà, spesso difficili, significa che il progetto che fa capo alla lista Costa è ancora vivo e vegeto. Dipende da noi. E dipende da noi nella misura in cui ciascuno di noi ha introiettato il metodo che ci distingueva durante la campagna elettorale e ci distingue ancora ora: la forza di saper dare l’esempio. Cosa non facile perché richiede sacrificio, impegno e rinunce, ma proprio per questo strumento di verità e dunque strumento anche per la costruzione di un futuro.
Agli amici che hanno condiviso questa idea di impegno civico per un rinnovamento dell’approccio politico al governo di una città cadente come Palermo, vorrei offrire il conforto di queste poche riflessioni. La politica, lo sappiamo tutti, ha bisogno di una riforma. Ma poiché specifico della politica è la sua influenza su ogni aspetto della vita sociale, è necessario accompagnare ogni riforma della politica da un complesso di riforme correlate: riforma educativa anzitutto, riforma economica, riforma culturale. Vincere le elezioni ci avrebbe messo davanti al compito non rinviabile di occuparci delle mille emergenze di una città agonizzante. Lo avremmo fatto con lo spirito sportivo che ci distingue e che si basa proprio sulla capacità di sapere soffrire, di sapere raccogliere tutte le forze per finalizzarle a un obiettivo preciso, di saper stare assieme quando occorre o, viceversa, di sapersi sacrificare individualmente. Ma non avere vinto le elezioni ci offre un’altra opportunità che ha pure essa un suo pregio: quella di pensare a un rinnovamento della politica che passi prima dal rinnovamento del pensiero politico.
In questa breve esperienza, abbiamo imparato che proporre una via nuova per un nuovo futuro della politica e del pensiero politico, significa scatenare resistenze esplicite e opposizioni sotterranee. Abbiamo imparato che occorre un lavoro ancora più capillare nello spazio e un tempo più lungo per consentire la condivisione di quel pensiero politico rinnovato da cui soltanto dopo può nascere una politica riformata. Avere perso queste elezioni, vuol dire per noi formalizzare un impegno ad andare avanti per una via, la nostra, che deve diventare modello. Per farlo abbiamo bisogno di tempo, di idee, di impegno, di iniziative, di scambi di opinione. Per andare avanti, abbiamo bisogno di pensare. Meglio farlo insieme.
mercoledì 9 maggio 2012
Elezioni: una prima analisi
A scrutinio elettorale appena concluso, mentre ancora mi risuona nella testa il realismo paradossale dell’articolo di Ermanno Cavazzoni (“Lasciatemi fare l’eremita”, Sole 24 Ore, domenica 6 maggio; chi l’ha perso lo recuperi) che spinge ben oltre gli orizzonti usuali la ricerca di un senso alla nostra contemporaneità, voglio fare alcune osservazioni sul voto delle amministrative a Palermo.
1. Tra i candidati a sindaco, Orlando ha stravinto, questo è palese. Ma cerchiamo di capire. A Palermo sono iscritti 563.624 elettori. Di questi ben 298.364 donne e 265.260 uomini. Le prime, dunque, hanno sulla carta un vantaggio di 33.104, ovvero la quantità utile a fare la differenza se solo esistesse una modalità di cooperazione di genere finalizzata a scardinare la prevalenza maschile. In tal senso, la legge sulle quote rosa è chiaramente una sciocchezza o un’umiliazione. Orlando ha conquistato il 47,33 % delle preferenze, tradotto in voti significa che lo hanno votato 104.763 elettori. Un plebiscito. Apparentemente. Va infatti ricordato che Palermo è città su cui gravita ufficialmente una comunità che al 2001 registrava 686.722 cittadini, ma il novero degli abitanti, si dice negli ambienti bene informati, supera gli 800.000. Tirando le somme, quel che appare un plebiscito (e sotto l’aspetto della competizione strettamente elettorale lo resta) è in realtà la vittoria di una squadra che ha totalizzato il maggior punteggio rispetto alle avversarie. Vittoria non assoluta dunque.
2. Nella competizione elettorale vi erano altri aspiranti sindaci. In totale altri dieci. Sommando le preferenze di ciascuno di essi si ottiene un numero di elettori pari a 116.585. È cioè evidente che se l’opinione “Orlando-sì” ha raggiunto una soddisfacente maggioranza relativa, i voti che in diversa maniera esprimevano un deciso “Orlando-no” raggiungono una maggioranza assoluta. Con una differenza di ben 11.822 voti. (Tutti i dati sono tratti dal sito ufficiale del Comune di Palermo, aggiornamento: 591 sezioni su 600).
3. Vale ancora la pena precisare che se Orlando dovesse confermarsi sindaco dopo il ballottaggio, NON SI DOVRÀ DIMENTICARE che tolti i suoi 104.763 elettori – restando ai dati elettorali attuali e attenendosi al dato anagrafico ufficiale del censimento 2001 – ci saranno altri 116.585 elettori che non lo volevano e 465.374 cittadini che non hanno espresso una volontà in merito. In termini concreti, come l’aritmetica consente di fare, Orlando potrebbe essere per l’ennesima volta sindaco di Palermo col 18% dei consensi della popolazione ufficialmente residente a Palermo. Ovvio che una stima delle presenze effettive farebbe ulteriormente scendere questa percentuale, ma non occorre dirne se si preferisce stare ai dati indiscutibili.
4. Passiamo dalla quantità alla qualità. Tra gli undici candidati sindaci ve ne erano dieci che possono essere considerati nuovi seppure sotto aspetti differenti. Chi volesse farne una questione anagrafica – che non mi vede d’accordo – ridurrebbe i “portatori di novità” a otto. Chi ancora volesse far pesare la credibilità politica – anche qui dal mio punto di vista non sarei d’accordo – farebbe ulteriormente scendere a cinque i suddetti “portatori di novità”. In tutti i casi, è evidente che la maggioranza relativa degli elettori ha preferito il solo candidato che sotto ogni profilo può e deve essere considerato vecchio. E ciò sia detto senza entrare nel merito della gestione futura della città perché solo il tempo dirà quale sarà il futuro di Palermo. Chiunque vincerà, non deve essere oggetto di pregiudizi e deve avere la possibilità di fare le cose ed essere giudicato a posteriori per quelle. Ma qui l’analisi è di tipo culturale, sarei tentato di dire di tipo etnologico, avendo cioè riguardo alle dinamiche che regolano la vita sociale e ne determinano l’identità in base al persistere o al mutare delle sue ideologie tradizionali.
5. Il confronto tra i dati relativi alle preferenze per i candidati sindaco e quelli che rilevano i voti assegnati alle liste che concorrevano per la formazione del consiglio comunale, è molto singolare. Il dato più importante, per la forbice che mostra, è quello riconducibile a Orlando. Al 47,33% delle preferenze personali, infatti, corrisponde un voto di lista di appena il 15% (IdV 10.26 + SEL 4.76). Aanalogamente, differenze si riscontrano pure confrontando il dato delle liste e quello dei sindaci di tutte le altre squadre in corsa, seppure con variazioni percentuali molto più contenute della differenza del 32,33% appena rilevata per Orlando. Come si è formato questo surplus? Poiché l’aritmetica non è un’opinione, se si escludono i dati relativi ai candidati Ferrandelli e Nuti che registrano un sostanziale pareggio tra voti di lista e preferenze di sindaco, sommando i minus delle altre liste, si comprende che dai sostenitori ufficiali degli avversari di Orlando è venuto a costui un consenso trasversale e sotterraneo superiore al doppio delle preferenze che il plebiscitario sindaco ha registrato da coloro che solamente può considerare i suoi sostenitori. L’obiezione che il sindaco è una figura più vicina ai cittadini di quanto siano i partiti mi pare demagogica e sostanzialmente non onesta. È di tutta evidenza che laddove i generali delle varie liste hanno fatto le loro dichiarazioni di guerra ed alleanza, i rispettivi colonnelli hanno sul campo combattuto altre guerre o battaglie personali.
6. Tra coloro che hanno combattuto una propria guerra, va riconosciuto un merito tutto agonistico a Marianna Caronia. Anche qui senza entrare nel merito che sarà soggetto alla prova dei fatti, va però sottolineata la brillante campagna da outsider che ha saputo costruire una realtà solida e compatta. Pur accusando anche lei uno scarto tra le preferenze in quanto candidato sindaco e i voti di lista, è la sola ad andare in controtendenza. Al 7,18% come aspirante primo cittadino corrisponde infatti un voto a favore delle sue liste pari al 12,94%. E se si volesse fare riferimento esclusivamente alle due liste immediatamente e concretamente riconducibili a lei, quelle che inoltre hanno superato lo sbarramento del 5%, si otterrebbe comunque una percentuale del 12,41% che rappresenta, in termini agonistici, il risultato più apprezzabile di questa tornata elettorale. Segno evidente che facciamo malissimo a diffidare delle donne, a partire dalle donnestesse così disaffezionate ancora tanto alla politica attiva quanto a quella passiva. Non c’è che dire: chapeau!
7. Un inciso di tutto rispetto va fatto ai team che fanno capo a Ferrandelli e Nuti per la compattezza del loro elettorato e per la condotta onesta e coerente del loro impegno elettorale. In entrambi i casi, come ho già detto, si registrano percentuali quasi identiche tra voti di lista e preferenze per il sindaco, con piccole e fisiologiche oscillazioni intorno a un punto percentuale (0,7 per Nuti e 1,2 per Ferrandelli).
8. Un discorso sulle coalizioni riconducibili a quello che fu il centrodestra palermitano, dice subito una cosa: è stata una disfatta. Senza piagnistei e senza ipocrisie, d’altra parte è evidente che molti interni hanno lavorato per questo concreto risultato. Il primo dato è che in assenza dell’ennesima divisione, laddove si fosse trovato un accordo tra Costa e Aricò, si sarebbe ottenuto un 21,39% di elettorato, utile per andare a un ballottaggio “sano” nel senso di una sfida tra parti politiche comprensibilmente diverse. Ma è davvero difficile dire cosa sia rimasto di sano in questa insana città. Qui, a commentare, ci aiuta la saggezza di ascendenza latina: Faber est suae quisque fortunae o, più comunemente, Quisque faber fortunae suae.
9. Parliamo di Massimo Costa, il giovane che ha tentato coraggiosamente di portare il rinnovamento proprio dentro la casa del vecchio. Ha raccolto un consenso personale pari al 12,63% ma la sua lista non è andata oltre il 3,28% mentre i suoi sostenitori “ufficiali” hanno totalizzato un bel 22,2% che sebbene lontanissimo dalle quote bulgare degli anni passati, consola i tanti big che siedono nelle poltrone della dirigenza di quei partiti. Complessivamente, dunque, si ha uno scarto pari al 12,85% tra le preferenze espresse a Costa come sindaco e i voti portati a casa dalla coalizione. Lo scarto, dunque, è superiore al consenso: 12,85 contro il 12,63. Naturalmente c’è, ci deve essere un perché. Nonostante le belle parole di D’Alia, Micciché e Alfano alla convention del Politeama che chiudeva la campagna elettorale della coalizione, è di tutta evidenza che sul campo i colonnelli di questo strampalato esercito hanno seguito le regole arcinote del “pro domo sua”. In sostanza, mentre Massimo Costa se ne andava in giro per la città a incontrare i cittadini, con tabelle di marcia massacranti, sul medesimo palcoscenico si recitavano le sceneggiate dell’appoggio elettorale, mentre dietro le quinte si faceva il lavoro sporco del tirare a campare e del calcolo delle convenienze.
10. Volutamente mi fermerò a dieci. Generalmente cerco di non rispettare questo numero quando scrivo un elenco, mi pare una coercizione subliminale imposta dallo studio dei dieci Comandamenti. Ma qui mi è invece utile proprio per evocare il contenuto etico di quelli, contenuto che nella sostanza detta regole di chiarezza e rispetto tra persone. La conclusione è che il voto a Orlando è frutto di tutto quello che ho tentato di analizzare in prima battuta. Vi è, a Palermo, un movimento trasversale e volutamente sotterraneo che non gradisce alcuna forma di novità. Regna incontrastata una classe borghese dominante che per dovere di rappresentanza si articola in formazioni politiche e professionali diverse. Ma essa è tutt’ora saldamente unita da identità di vedute, comunanza di propositi, aderenza di interessi, pessimismo ideologico, intolleranza per il merito, necessità del privilegio, vantaggio della mediocrità come della povertà altrui, avidità degli appetiti, vanità dell’autoreferenzialità, pochezza intellettuale, viltà civile e si potrebbe ancora proseguire. Questa formazione “trans” sotto ogni rispetto, sta determinando ancora una volta le sorti di una città che pure nel suo chiassoso disordine aveva mostrato con impeto di voler cambiare le cose. Eppure torneranno le vecchie, fossero anche le buone cose che pure si videro nel primo mandato Orlando della seconda era Orlando, quella da retino piuttosto che da democristiano per intenderci. Un Orlando che allora io stesso votai per ben due volte, aderendo ad un vento di primavera che lui per primo spense nella stagione dei veleni contro quell’esempio di coraggio civile che è stato Falcone. Sinceramente, alla terza stagione o quinto mandato di Orlando avrei preferito il coraggio di provare nuove strade. Come ho sempre ripetuto, un ballottaggio Costa – Ferrandelli (o Aricò - Nuti o Caronia) mi sembrava già un successo per la città. Il risultato che invece si profila non mi piace, come in genere non mi piacciono i sequel seppure di fortunate trasmissioni.
L’invito che per concludere devo e voglio fare, per principio di coerenza, è il seguente: chi ha tentato di non avere Orlando, chi ha cercato di fare entrare il nuovo in città, consideri che le regole del gioco hanno fatto tabula rasa di quasi tutte le opzioni presenti al primo turno. Per restare coerenti nel senso della ricerca del nuovo possibile (non il nuovo perfetto che sempre ha bisogno di tempo) c’è solo Ferrandelli, qualunque sia la casa di provenienza. Per non fare tornare il vecchio, per fare entrare il nuovo è rimasto un solo modo, votare al ballottaggio per Fabrizio Ferrandelli.
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domenica 6 maggio 2012
Minchioni d'Italia
Un paese profondamente, regolarmente, irrimediabilmente ingiusto ha una sola spiegazione: lo abita un popolo di minchioni.
Sarebbe perciò utile oltre che coerente, modificare l'inno: Minchioni d'Italia, l'Italia è in festa, dei soldi di tutti, s'è empita le tasche...
lunedì 23 aprile 2012
Le Fondazioni da affondare
Ho già avuto modo di precisare che “le banche non sono più un elemento di crescita del paese ma un forte fattore di depauperamento del suo tessuto sociale e produttivo”. Rimandando a tempi più sapienti una riflessione sul persistere di una reale utilità delle banche nel mondo contemporaneo, auspicavo che il governo Monti fosse in grado di dare segnali ben più forti di una volontà di disciplina che allineasse il comportamento degli Istituti di credito alle esigenze di rifondazione etica e strutturale del Paese. Prontamente, invece, ne è venuto fuori un atteggiamento di stampo ricattatorio che ha portato i vertici dell’ABI alle dimissioni. Il presidente, Giuseppe Mussari, ha avuto la divertente intraprendenza di definire il suo gesto una forma di protesta contro il decreto sulle liberalizzazioni. Ma nessuno, però, ha sorriso quando – come pare – la divertente intraprendenza di cui si diceva lo ha spinto alla clamorosa dichiarazione riportata da tutti i giornali: “L’ennesimo attacco contro le banche, saremo costretti a rivedere il sistema di finanziamento alle imprese e alle famiglie”. Più o meno come l’annuncio di uno sciopero del reparto rifornimento armi e munizioni durante lo svolgimento di una guerra.
Che le banche siano oggetto di attacco, se il confine d’analisi resta la Penisola, mi pare battuta esilarante, al punto che ne suggerirei l’uso in una storia a fumetti delle Banche d’Italia. Si tratta, piuttosto, di riprovevole ripicca per il decreto che introduce riduzioni della pecunia garantita, ovvero di protesta per la cancellazione di quelle commissioni con cui i conti correnti di tutti gli italiani, obbligati ad averne uno, vengono giornalmente corrosi di piccole cifre in addebito che alla fine dell’anno, calcolate tutte insieme, pesano come una spesa importante. Il decreto Monti, in sostanza, toglie liquidità alle banche e alle loro operazioni di allegra finanza, quelle – lo dico per inciso – che se la fortuna aiuta, producono dividendi per i proprietari, ma che diventano “prodotti finanziari” da rifilare ai propri clienti se invece la fortuna volge da un’altra parte.
Ancora una volta, mi pare, emerge una inclinazione genetica delle banche a stare dentro situazioni poco chiare e di conflitto, a muoversi in una dimensione bellica che sempre ricorda il peccato originario «del termine “banco” che, secondo la documentazione storica attestata, era il luogo in cui si dava la paga ai soldati» (ND, n. 4, feb. 2012). Va per altro ricordato come in Italia viga un sistema le cui ratio e complessità sfuggono all’opinione pubblica. Mi riferisco all’innovazione risalente al 1990 che via via obbligò tutte le Casse di risparmio a trasformarsi in Fondazioni. Autentiche finzioni giuridiche che dovrebbero prolungare l’onere che fu delle Casse di badare al sociale e di impegnarvi l’utile prodotto dalle Banche, divenute semplici controllate delle Fondazioni stesse. Nell’idea originaria, si trattava di una soluzione al problema della commistione tra interessi commerciali e speculativi (propri delle Banche) e compiti di assistenza e beneficenza (caratteristici delle Casse). In realtà si voleva rendere appetibili le nostre banche agli investitori stranieri e per farlo occorreva separare l’attività imprenditoriale da quella di raccolta di capitali. Gli enti bancari divennero così società per azioni, sotto il controllo di fondazioni, che avrebbero dovuto collocare le proprie azioni sul mercato.
Questa situazione, tuttavia, non è nata né chiara né semplice. Dopo la legge del 1990 ci vollero altri dieci anni per iniziare a sgomberare alcuni comodi equivoci che nel frattempo garantivano lauti guadagni a chi ne aveva meno bisogno e grossi debiti a chi meno ne poteva pagare, cioè lo Stato col suo debito pubblico. Nemmeno oggi è del tutto chiaro questo rapporto tra Fondazioni e istituti di credito ma è invece chiaro che la gestione delle Fondazioni ha nel frattempo prodotto più danni che vantaggi. Il processo di globalizzazione che ci è stato propinato come ragione perpetua degli accorpamenti societari e delle relative estinzioni di istituti storici (vedi il Banco di Sicilia) è diventato un po’ come lo stress in medicina: spiega tutto ciò che non possiamo spiegare. Sebbene, in verità, il “non possiamo spiegare” della medicina sia un’ammissione di umiltà laddove il “non possiamo spiegare” della giungla bancaria appare piuttosto come il no comment del Pentagono sulla questione dell’area 51.
Colpisce dunque con particolare ruvidezza il tracollo di una Fondazione storica e accreditata come il Monte dei Paschi di Siena che già nel nome si porta dietro un alone di importanza ahimè, tutta autoreferenziale. L’annunciata perdita di quattro miliardi di euro mette a repentaglio l’esistenza stessa di questo antico e – ritenevamo fino a ieri – prestigioso istituto bancario. Com’è potuto accadere? Si chiederà ancora qualche ingenuo. Semplice, la legge del 1990 che si pretendeva risolutiva di importanti aspetti gestionali, ha invece creato l’ennesimo alibi perché la politica introducesse anche nelle banche i suoi avidi nullafacenti, i suoi irresponsabili incompetenti di qualsivoglia dottrina e scienza, i suoi tanti e trasversali “mister ok” e baronetti “abbiamo una banca”.
Non stupirà apprendere, allora, che lo staff direttivo delle Fondazioni è nominato dalla politica, quella locale che sotterraneamente risente degli appetiti di quella nazionale a cui poter chiedere in cambio trampolini di lancio e corsie preferenziali che facciano prendere un po’ d’aria romana a chi soffre del vento provinciale della cittadina natia. Osmotico e cancerogeno delirio di onnipotenza che paga profumatamente gli “eletti” a sedere sugli scranni delle Fondazioni, immemori persino dell’inutile ortografia e impermeabili ad ogni etica del buon padre di famiglia, dissennati sovrani di iberica cupidigia che senza pagare alcuna responsabilità, hanno lucrato e lucrano prebende da nababbi che neanche sceicchi e califfi, pur navigando sull’oro nero, concedono alle loro concubine. Punta dell’iceberg di quel male diffuso che nel Paese si chiama incompetenza, che produce consenso elettorale, controllo istituzionale e si serve della retorica sul merito come arma letale contro la reale applicazione di criteri selettivi fondati sulla capacità professionale.
L’effetto a ricaduta, dalle fondazioni alle banche, è quell’insano miscuglio che di ogni pietanza del vivere sociale italiano fa una poltiglia imputridita dal fatale ingrediente della politica, quella dei partiti. Si tratta di un settore economico che raccoglie circa 50 miliardi tra valori e beni patrimoniali e, soprattutto, si tratta di un patrimonio in gran parte appartenente alla collettività ma gestito, grazie ad una legge del 1992, in base ai principi del diritto privato. Una contraddizione apparentemente. Una strategia, naturalmente. Perché il controllo delle Fondazioni bancarie e per il loro tramite degli istituti di credito, pone la politica in una situazione di potere fondamentale. Attraverso le banche, infatti, si controlla l’ossigeno da dare al mondo del lavoro. Al punto che le dimissioni dell’ABI, nel particolare contesto che stiamo vivendo, appaiono dunque un segnale molto equivoco che autorizza persino una lettura politica. Una lettura per la quale, sotto “banco”, gli stessi partiti che apparentemente sostengono il governo tecnico, opererebbero in realtà per il suo naufragio o per il suo condizionamento quando si tratta di intaccare i poteri forti, quelli che sempre hanno condizionato la storia d’Italia. Le fondazioni, a mio parere, sarebbero da affondare, ma il rischio più probabile è che siano esse ad affondare il governo tecnico che pur qualche correttivo tenta di introdurre.
(per il resto dell'articolo si veda su: http://www.nuovedissonanze.it)
domenica 15 aprile 2012
Pure tu?
In questa tornata elettorale amministrativa, mia prima prova da intendersi però come esperienza civica, mi è capitato più di una volta di annunciare ad amici e conoscenti che, appunto, mi candido. Non di rado la prima risposta è stata: “Pure tu?”
Dopo qualche volta mi sono interrogato: per quanto si tratti di due parole semplici e di uso comune, come mai è ricorrente questo tipo d risposta? Ne ho parlato con qualche altro candidato che ha confermato questa tendenza. L’opinione che mi sono fatto è questa che ora spiego:
- “pure tu” intanto vuol dire che chi la pronuncia si è fatto il convincimento che ci siano tanti tanti altri candidati, tanti da indurlo a questo finto stupore offerto a me come manifestazione di un suo giudizio ancora taciuto ma urgente;
- il giudizio che urge appena dietro l’autocontrollo è negativo nei riguardi della politica (e questa sarebbe una ovvietà da non dirsi se non fosse per tutto ciò che gli sta intorno);
- il giudizio negativo sulla politica viene esteso “pure a me” per un difetto di funzionamento della mente che privilegia le associazioni facili e istintive a quelle che richiedono conoscenza, documentazione, senso critico;
- il giudizio, ricavato da una considerazione generica e vaga della politica italiana, è cioè divenuto pre-giudizio della più insidiosa natura, ha inquinato la serenità di giudizio di colui/lei che dice “pure tu” e ha inquinato la relazione col destinatario dell’infelice espressione, anche se questi era fino a un momento prima un buon amico/a;
- il pregiudizio è distanza e, nello stesso tempo, incapacità di colmare la distanza, è un moto corrotto del pensiero che pone una distanza e ne sancisce la sua inviolabilità, come una macchina il cui motore giri ma a vuoto e cos’ facendo si illuda che funzioni quando accade invece l’esatto contrario. “Pure tu”, in sostanza, significa sotterraneamente “Non invece io”. Che detto da un palermitano/a è il segno di quell’antico snobismo che da secoli ci fa credere i migliori del mondo nonostante ogni indagine in ogni settore ci collochi negli strati infimi e derelitti di ogni classifica. Gli esempi individuali, talvolta eccelsi, confermano più che contraddire questa situazione.
- “pure tu” e “non io” è un modo di pensare che crea due classi sociali non dichiarate ma agite nel comportamento quotidiano: i popolani e i nobili. Sono popolani tutti coloro, corrotti ed onesti, sfaticati e lavoratori, imbroglioni e volenterosi, che si danno da fare per la conduzione della vita collettiva, per la manutenzione della macchina sociale (tanto gli approfittatori quanto i sognatori del cambiamento). Sono nobili quelli che dicono “pure tu” e rivendicano sotto forma di “diritto” la voglia di lamento e l’impulso omicida che loro con più fatica degli altri tengono a bada. La voglia di lamento ha l’alibi della “critica” ma è pura logorrea condita di autocommiserazione; l’impulso omicida si esprime nella ferocia insulsa con cui si critica tutto e tutti senza sentirsi in obbligo di fornire alternative o, meglio ancora, senza la proposta di se stessi come alternativa, ma questa è una forma di imbecillità su cui poco c’è da dire.
Concludendo, traccio un profilo di colui/lei che agli aspiranti consiglieri risponde: “pure tu?” Si tratta di un/a individuo in difetto di autostima (se ne avesse penserebbe di meritarsi un mondo migliore, Palermo compresa); ha inclinazioni antidemocratiche (evita la partecipazione diretta) e forti pulsioni omicide (sottolinea le distanze fra sé e gli altri); è interessato/a per qualche segreta ragione a mantenere lo stato attuale delle cose (vedi aforisma kantiano); generalmente benestante, ha un lavoro poco faticoso (la sofferenza insegna a condividere la propria esistenza con l’altrui) da cui non dipende in modo esclusivo ed è perciò proprietario/a di beni patrimoniali ereditati o acquisiti per matrimonio; abita in quartieri meno esposti al degrado urbano e non rispetta regole civiche come la raccolta differenziata o l’orario di conferimento dell’immondizia o il divieto di parcheggio in seconda fila, etc.
Si tratta in sostanza di una persona che vive su due piani di realtà, quella immaginata e quella reale e adotta uno stile di vita sintetizzabile nel criterio: due pesi e due misure (uno per sé e uno per gli altri). Si crede cittadino/a modello ed è invece uno dei gravi problemi della città e una delle ragioni più astiose del suo ritardo culturale. È persona molto flessibile nel valutare i propri errori e rigidissima, quasi implacabile, nel cercare quelli degli altri di cui si nutre per coprire la vacuità della propria esistenza.
La domanda conclusiva per il nostro/a interlocutore immaginario, a questo punto è: con tutti gli italiani che già esistono in queste condizioni tanto che ci hanno portato al disastro che stiamo pagando a lacrime amare, “Pure tu”?
Dopo qualche volta mi sono interrogato: per quanto si tratti di due parole semplici e di uso comune, come mai è ricorrente questo tipo d risposta? Ne ho parlato con qualche altro candidato che ha confermato questa tendenza. L’opinione che mi sono fatto è questa che ora spiego:
- “pure tu” intanto vuol dire che chi la pronuncia si è fatto il convincimento che ci siano tanti tanti altri candidati, tanti da indurlo a questo finto stupore offerto a me come manifestazione di un suo giudizio ancora taciuto ma urgente;
- il giudizio che urge appena dietro l’autocontrollo è negativo nei riguardi della politica (e questa sarebbe una ovvietà da non dirsi se non fosse per tutto ciò che gli sta intorno);
- il giudizio negativo sulla politica viene esteso “pure a me” per un difetto di funzionamento della mente che privilegia le associazioni facili e istintive a quelle che richiedono conoscenza, documentazione, senso critico;
- il giudizio, ricavato da una considerazione generica e vaga della politica italiana, è cioè divenuto pre-giudizio della più insidiosa natura, ha inquinato la serenità di giudizio di colui/lei che dice “pure tu” e ha inquinato la relazione col destinatario dell’infelice espressione, anche se questi era fino a un momento prima un buon amico/a;
- il pregiudizio è distanza e, nello stesso tempo, incapacità di colmare la distanza, è un moto corrotto del pensiero che pone una distanza e ne sancisce la sua inviolabilità, come una macchina il cui motore giri ma a vuoto e cos’ facendo si illuda che funzioni quando accade invece l’esatto contrario. “Pure tu”, in sostanza, significa sotterraneamente “Non invece io”. Che detto da un palermitano/a è il segno di quell’antico snobismo che da secoli ci fa credere i migliori del mondo nonostante ogni indagine in ogni settore ci collochi negli strati infimi e derelitti di ogni classifica. Gli esempi individuali, talvolta eccelsi, confermano più che contraddire questa situazione.
- “pure tu” e “non io” è un modo di pensare che crea due classi sociali non dichiarate ma agite nel comportamento quotidiano: i popolani e i nobili. Sono popolani tutti coloro, corrotti ed onesti, sfaticati e lavoratori, imbroglioni e volenterosi, che si danno da fare per la conduzione della vita collettiva, per la manutenzione della macchina sociale (tanto gli approfittatori quanto i sognatori del cambiamento). Sono nobili quelli che dicono “pure tu” e rivendicano sotto forma di “diritto” la voglia di lamento e l’impulso omicida che loro con più fatica degli altri tengono a bada. La voglia di lamento ha l’alibi della “critica” ma è pura logorrea condita di autocommiserazione; l’impulso omicida si esprime nella ferocia insulsa con cui si critica tutto e tutti senza sentirsi in obbligo di fornire alternative o, meglio ancora, senza la proposta di se stessi come alternativa, ma questa è una forma di imbecillità su cui poco c’è da dire.
Concludendo, traccio un profilo di colui/lei che agli aspiranti consiglieri risponde: “pure tu?” Si tratta di un/a individuo in difetto di autostima (se ne avesse penserebbe di meritarsi un mondo migliore, Palermo compresa); ha inclinazioni antidemocratiche (evita la partecipazione diretta) e forti pulsioni omicide (sottolinea le distanze fra sé e gli altri); è interessato/a per qualche segreta ragione a mantenere lo stato attuale delle cose (vedi aforisma kantiano); generalmente benestante, ha un lavoro poco faticoso (la sofferenza insegna a condividere la propria esistenza con l’altrui) da cui non dipende in modo esclusivo ed è perciò proprietario/a di beni patrimoniali ereditati o acquisiti per matrimonio; abita in quartieri meno esposti al degrado urbano e non rispetta regole civiche come la raccolta differenziata o l’orario di conferimento dell’immondizia o il divieto di parcheggio in seconda fila, etc.
Si tratta in sostanza di una persona che vive su due piani di realtà, quella immaginata e quella reale e adotta uno stile di vita sintetizzabile nel criterio: due pesi e due misure (uno per sé e uno per gli altri). Si crede cittadino/a modello ed è invece uno dei gravi problemi della città e una delle ragioni più astiose del suo ritardo culturale. È persona molto flessibile nel valutare i propri errori e rigidissima, quasi implacabile, nel cercare quelli degli altri di cui si nutre per coprire la vacuità della propria esistenza.
La domanda conclusiva per il nostro/a interlocutore immaginario, a questo punto è: con tutti gli italiani che già esistono in queste condizioni tanto che ci hanno portato al disastro che stiamo pagando a lacrime amare, “Pure tu”?
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Giampiero Finocchiaro
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sabato 14 aprile 2012
Non c'è diritto senza dovere
“Non c’è diritto senza esercizio del dovere”. Mi sono dato questo principio e la mia vita personale è stata un susseguirsi di impegni, rinunce e sacrifici. Mi sono sempre posto il problema del dare l’esempio, di fare prima di lamentare, di partecipare prima di giudicare, di agire prima di star seduto alla finestra per sparare su chiunque ci provasse a far qualcosa. Considero il qualunquismo una forma di imbecillità, il disfattismo pura vigliaccheria, lo snobismo la più insidiosa patologia di ebetismo. Dal che se ne deduce che ho sempre lavorato molto. E talvolta commesso degli errori di cui non ho alcuna vergogna perché mi hanno insegnato qualcosa.
Dell’esercito di rammolliti che si sentono disturbati, offesi, corteggiati, incalzati, stressati, inseguiti, circuiti, per il flusso di inviti e proposte che inevitabilmente il gioco della democrazia mette in campo in prossimità delle elezioni, ho una considerazione che fa appello alla pietà cristiana per non debordare nell’insulto animoso. Lo stesso insulto che il sergente rifila al soldato rammollito in zona di guerra se quello alla prontezza che gli si richiede sostituisce la denigrazione, l’autocommiserazione, la paura inoperosa.
Del resto, quale diritto può pretendersi di giudicare chi ha mancato ai propri doveri se noi pure rifuggiamo dal dovere primo che è quello del voto? Astenersi, infatti, significa ledere il diritto altrui a darsi e mantenere regole democratiche. Il disfattismo individuale è una mina pericolosa – sebbene comprensibile – che sottrae spazio civile a quanti cercano una via d’uscita che sia migliore dello statu quo (qualcuno ricorda l’ammonimento di Kant?). Chi si sottrae al dovere del voto non ha diritto alcuno, neanche quello di insultare i politici di vecchia data, soprattutto non ha il diritto di calunniare quelli di nuovo conio che almeno ci provano. La vergogna non è il frutto della sola corruzione che ha raggiunto dimensioni inaccettabili, essa fiorisce anche ovunque attecchiscano la viltà, l’indolenza, l’inconcludenza, la mollezza, l’ipocrisia.
Il voto è un diritto individuale ma, soprattutto, è un dovere collettivo che mette in gioco il futuro, ovvero le condizioni in cui lasceremo i nostri figli.
Dell’esercito di rammolliti che si sentono disturbati, offesi, corteggiati, incalzati, stressati, inseguiti, circuiti, per il flusso di inviti e proposte che inevitabilmente il gioco della democrazia mette in campo in prossimità delle elezioni, ho una considerazione che fa appello alla pietà cristiana per non debordare nell’insulto animoso. Lo stesso insulto che il sergente rifila al soldato rammollito in zona di guerra se quello alla prontezza che gli si richiede sostituisce la denigrazione, l’autocommiserazione, la paura inoperosa.
Del resto, quale diritto può pretendersi di giudicare chi ha mancato ai propri doveri se noi pure rifuggiamo dal dovere primo che è quello del voto? Astenersi, infatti, significa ledere il diritto altrui a darsi e mantenere regole democratiche. Il disfattismo individuale è una mina pericolosa – sebbene comprensibile – che sottrae spazio civile a quanti cercano una via d’uscita che sia migliore dello statu quo (qualcuno ricorda l’ammonimento di Kant?). Chi si sottrae al dovere del voto non ha diritto alcuno, neanche quello di insultare i politici di vecchia data, soprattutto non ha il diritto di calunniare quelli di nuovo conio che almeno ci provano. La vergogna non è il frutto della sola corruzione che ha raggiunto dimensioni inaccettabili, essa fiorisce anche ovunque attecchiscano la viltà, l’indolenza, l’inconcludenza, la mollezza, l’ipocrisia.
Il voto è un diritto individuale ma, soprattutto, è un dovere collettivo che mette in gioco il futuro, ovvero le condizioni in cui lasceremo i nostri figli.
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Giampiero Finocchiaro
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